L’Italia, nonostante tutto, torna a esportare. I dati Istat sul primo semestre del 2025 ci dicono che il Paese, nel suo complesso, registra una crescita dell’export del +2,1%. Non è un balzo, ma è un segnale. Un segnale che in alcune aree – Lazio, Toscana, Lombardia, Abruzzo – si è compreso il tempo in cui viviamo: quello della competizione globale, dell’industria ad alto valore aggiunto, dell’interconnessione tra territori e mercati.
Poi c’è la Sicilia. Che, ancora una volta, si distingue per la sua assenza dal progresso. Peggio: per la sua zavorra. Nei primi sei mesi dell’anno, l’Isola perde l’11,2% delle esportazioni su base annua. È il terzo peggior dato nazionale, dopo Sardegna e Campania. Ma, al netto delle classifiche, ciò che colpisce è l’ineluttabilità con cui si accetta questa regressione come fosse un fatto naturale, una condizione strutturale, una condanna geografica.
No, non lo è.
La Sicilia esporta meno non perché è un’Isola. Esporta meno perché è un sistema economico che non funziona, dove l’impresa è troppo spesso scoraggiata e mai favorita, dove l’infrastruttura è carente, dove la logistica è un labirinto e dove la politica – anche quando benintenzionata – è lenta, timida, priva di coraggio riformatore.
Nel dettaglio, a pesare sul dato negativo è il crollo delle esportazioni di prodotti petroliferi raffinati, concentrati in gran parte nella provincia di Siracusa. Un settore che da anni rappresenta la colonna vertebrale dell’export siciliano, ma che oggi mostra tutti i limiti di una monocoltura industriale dipendente da dinamiche esterne: prezzi internazionali, crisi geopolitiche, riconversioni ambientali.
Serve dirlo chiaramente: se l’economia siciliana continua a reggersi sulle spalle della raffinazione, è destinata a perdere. Perché quello è un settore che non cresce, non innova, e non può trainare l’Isola verso il futuro.
Nel frattempo, altrove si accelera. Il Lazio vola grazie al farmaceutico e all’export verso gli Stati Uniti (+133,7%). La Toscana decolla con la chimica e i metalli, spingendosi verso Francia e Spagna. Il Friuli-Venezia Giulia conquista il mercato tedesco con i mezzi di trasporto.
E la Sicilia? Ha esportato – in misura minore – anche mezzi di trasporto. Bene. Ma sono episodi, non strategie. Fatti isolati, non frutto di una politica industriale coerente, sostenuta da investimenti, visione, semplificazione amministrativa.
In un Paese che si muove a velocità differenziate, la Sicilia continua a restare nella coda del convoglio. Nonostante la sua posizione strategica, le sue università, i suoi porti naturali, i suoi distretti industriali potenziali. La verità, scomoda ma necessaria da dire, è che manca una governance economica regionale all’altezza della sfida.
Serve un cambio di passo. Serve un progetto che rimetta al centro l’impresa privata, che punti sulla diversificazione produttiva, sulla filiera agroalimentare evoluta, sulle energie rinnovabili, sull’economia del mare. Serve che la Regione diventi alleata del sistema produttivo, non spettatrice disattenta.
E serve, soprattutto, che si smetta di considerare l’export come un “lusso” per pochi. Esportare oggi è sopravvivere. È crescere. È restare nel mercato globale. E senza export, ogni discorso sul lavoro, sulla crescita, sul Mezzogiorno che rinasce, è solo una bella illusione retorica da convegno.
La Sicilia può e deve fare di più. Ma per farlo, deve cambiare pelle. Non serve un’altra stagione di sussidi, di fondi piovuti dall’alto senza visione, di bandi a singhiozzo che premiano chi ha studi legali più che idee forti. Serve una rivoluzione liberale del sistema economico regionale. Un patto tra imprese, istituzioni e infrastrutture per rendere la Sicilia competitiva.
L’Italia sta ripartendo. Non è ancora una corsa, ma è un cammino. La Sicilia, oggi, non cammina. E questo, per chi ci crede davvero, non è più accettabile.

