Un sistema di potere familiare capace di piegare la pubblica amministrazione agli interessi della criminalità organizzata e di monopolizzare l’edilizia locale attraverso il ricatto. È questo il quadro inquietante emerso dall’ultima operazione condotta dalla Polizia di Stato di Messina, che ha portato al sequestro di beni per un valore complessivo di quasi un milione di euro. Nel mirino delle Misure di Prevenzione sono finiti due fratelli di Oliveri: un ex dirigente dell’Ufficio Tecnico comunale e un ingegnere libero professionista, accusati di aver accumulato patrimoni illeciti all’ombra della potente famiglia mafiosa dei “Barcellonesi”.
Il provvedimento, emesso dal Tribunale su proposta congiunta del Questore e del Procuratore, scoperchia un meccanismo perverso attivo per decenni. La figura chiave è l’ex funzionario pubblico, già noto alle cronache giudiziarie per il suo coinvolgimento nel processo “Gotha 3”, che gli è costato una condanna definitiva a cinque anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo gli inquirenti, tra il 2000 e il 2012, l’uomo non si sarebbe limitato a truccare gli appalti nei comuni di Oliveri e Mazzarrà Sant’Andrea per favorire ditte amiche del clan, ma avrebbe agito come una vera e propria “talpa”, segnalando ai boss i nomi degli imprenditori aggiudicatari dei lavori affinché venissero sottoposti al pizzo.
Mentre il burocrate agiva dall’interno, il fratello ingegnere operava sul mercato privato instaurando un regime di monopolio basato sulla minaccia implicita. Le indagini patrimoniali hanno rivelato un modus operandi attivo fin dalla metà degli anni ’80: chi voleva costruire o lottizzare a Oliveri era costretto ad affidare la progettazione al professionista “consigliato”. Il messaggio era chiaro: rifiutare i suoi servizi significava trovarsi di fronte a un muro di ostacoli burocratici eretto dal fratello capo dell’Ufficio Tecnico. Un conflitto d’interessi macroscopico che ha permesso ai due congiunti di controllare non solo le opere pubbliche, ma anche l’edilizia privata, veicolando persino l’acquisto dei materiali verso fornitori prestabiliti.
Il sequestro odierno ha colpito il “tesoretto” accumulato grazie a queste condotte: sigilli a sei immobili situati a Oliveri, formalmente intestati a parenti e prestanome, ma di fatto riconducibili al libero professionista. Gli accertamenti hanno evidenziato una netta sproporzione tra il valore dei beni, stimato in 965.130 euro, e i redditi dichiarati ufficialmente. Ora la parola passerà nuovamente ai giudici, che nelle prossime udienze dovranno decidere sulla confisca definitiva del patrimonio e sull’applicazione della sorveglianza speciale per entrambi i fratelli, ritenuti soggetti socialmente pericolosi per la loro contiguità agli ambienti di Cosa Nostra.

