Ogni anno, nel cuore rovente dell’agosto messinese, due colossali figure si risvegliano per sfilare tra le vie della città, rinnovando un rito che è parte integrante dell’identità dello Stretto. Sono Mata e Grifone, la Gigantessa bianca e il Gigante moro, i mitici fondatori di Messina, la cui storia si muove sul confine sottile che divide la leggenda popolare dalla memoria storica. La loro processione, che si svolge dal 10 al 14 agosto, è il culmine della “Vara” di Messina, un momento in cui l’intera comunità si ritrova per celebrare le proprie complesse e affascinanti origini.
La tradizione, nella sua versione più romantica e conosciuta, narra una storia d’amore interrazziale e interreligioso nata ai tempi delle invasioni saracene, intorno al 970 d.C. Un imponente pirata moro, Hassas Ibn-Hammar, sbarcato in città, si invaghì perdutamente di Marta (Mata, nella storpiatura dialettale), una bellissima fanciulla del casale di Camaro, figlia di un signorotto locale. L’amore del gigante saraceno era tanto forte quanto la sua fama era terribile. Chiese la mano della giovane, ma la ottenne solo a una condizione: abbandonare la sua fede e convertirsi al Cristianesimo. L’amore trionfò, Hassan divenne Grifo (ribattezzato Grifone per la sua stazza) e dal loro matrimonio, secondo la leggenda, nacque la stirpe dei messinesi.
Tuttavia, esiste una seconda versione, storicamente più attendibile, che sposta le lancette della storia al 1190. In quell’anno, Re Riccardo I d’Inghilterra, il “Cuor di Leone”, fece tappa a Messina prima di salpare per la Terza Crociata. Durante la sua permanenza, si accorse che la popolazione locale era oppressa dagli amministratori greci bizantini, i quali governavano con pugno di ferro dalla loro fortezza all’imbocco del porto. Per intimidirli senza ricorrere alle armi, Riccardo ordinò la costruzione di un imponente castello su un colle di fronte alla loro roccaforte, un monito inequivocabile. Il popolo messinese battezzò immediatamente la nuova fortezza “Matagriffon”. Il nome era un grido di battaglia: “Mata” derivava dal latino macta (ammazza, uccidi), mentre “Griffon” era il termine dispregiativo usato per indicare i greci (ladroni). Il messaggio “Ammazza-i-Greci” fu così efficace che i bizantini, sentendosi minacciati, abbandonarono la città, restituendo ai messinesi la libertà.
Cosa rappresenta, dunque, la coppia di Giganti? Probabilmente, nel corso dei secoli, la memoria collettiva ha fuso le due narrazioni. Il castello di Matagriffon, simbolo di liberazione, si è lentamente trasformato nell’immaginario popolare, assumendo le forme umane del gigante e della gigantessa. Che siano nati da una favola d’amore o da un atto di ribellione politica, Mata e Grifone incarnano l’anima profonda di Messina: una città fiera, nata dall’incontro di culture diverse e forgiata nella perenne lotta per la propria libertà. La loro annuale passeggiata tra la folla non è solo folklore, ma il potente rito con cui un’intera città riafferma, anno dopo anno, la propria storia.

