È il 2025. Siamo nell’era dell’intelligenza artificiale, delle piattaforme interoperabili, delle reti 5G e della burocrazia che – almeno sulla carta – dovrebbe essere “intelligente” e “digitale”. Eppure, nella Sicilia che fatica ogni giorno a offrire opportunità concrete ai suoi giovani e a chi è rimasto senza lavoro, basta l’ennesimo crash informatico a congelare il futuro di migliaia di persone. Con oltre 61 milioni di euro già bloccati, e altri 70 milioni a rischio, la piattaforma della formazione professionale regionale si è fermata ancora una volta pochi minuti dopo l’attivazione, lasciando enti, lavoratori e utenti in balia dell’ennesimo paradosso italiano: il sistema che dovrebbe garantire i diritti è, nei fatti, il primo ostacolo alla loro realizzazione.
Il quadro che emerge dai comunicati delle ultime ore è desolante. La piattaforma realizzata da Sicilia Digitale, società in house della Regione, è andata in tilt per la seconda volta consecutiva, impedendo la partecipazione all’avviso 7, destinato a finanziare corsi di formazione tradizionali. Un cortocircuito burocratico-tecnologico che, oltre a mettere in discussione la validità stessa del bando, rischia ora di compromettere anche l’avviso 6, destinato alla formazione dei disoccupati ex percettori di reddito di cittadinanza. Un disastro doppio, che colpisce proprio le fasce più deboli della popolazione e gli operatori che lavorano per includerle nel tessuto economico.
La reazione del mondo della formazione è stata immediata. Le principali associazioni di categoria – Anfop, Asef, Cenfop, FormaRe, Forma, Federterziario – parlano senza mezzi termini di “accanimento terapeutico su un sistema informatico inadeguato”. E chiedono il la sospensione delle attuali procedure. Non si può continuare a procedere per tentativi, pubblicando linee guida la sera prima dell’apertura della piattaforma, generando confusione, incertezza, danni economici.
Più duri i sindacati Flc Cgil, Cisl Scuola, Uil Scuola Rua e Snals Sicilia, l’anno scorso tutto aveva funzionato, e la prima finestra dell’avviso 7 si era svolta senza alcun intoppo, con una piattaforma rodata e conosciuta dagli operatori. Che cosa è cambiato? Perché si è voluto sostituire un sistema funzionante con uno fragile e impreparato a gestire l’impatto previsto? Forse per piegarsi a logiche di parte? Per accontentare “gruppi di pressione” che, secondo più di un osservatore, avrebbero chiesto e ottenuto modifiche ai criteri d’accesso, rivelatisi poi ingestibili dal sistema informatico?
Nel frattempo, imprenditori e lavoratori della formazione sono paralizzati. I corsi sono fermi, la programmazione impossibile. E i cittadini – disoccupati, giovani, soggetti fragili – restano ancora una volta esclusi da opportunità formative fondamentali, col rischio concreto di vedere sfumare risorse europee che, se non utilizzate, torneranno indietro a Bruxelles come tante altre volte.
Nel 2025, tutto questo non è più tollerabile. Non possiamo più accettare che il futuro delle persone venga messo a rischio da piattaforme mal progettate, da scelte amministrative opache, da decisioni politiche che ignorano la realtà operativa dei territori. Non possiamo continuare a raccontare ai cittadini la favola della “transizione digitale” se poi, alla prova dei fatti, la macchina pubblica non è nemmeno in grado di far funzionare un portale web per più di dieci minuti.
Questa vicenda deve segnare un punto di svolta. Serve trasparenza, responsabilità, rigore. E soprattutto, serve un’assunzione di colpa da parte di chi ha causato questo disastro. Non bastano le scuse. Occorre azzerare, riprogettare, ascoltare davvero chi lavora ogni giorno sul campo.
Perché la formazione professionale non è una casella da spuntare nei bilanci, ma una leva strategica per la dignità e l’emancipazione di migliaia di cittadini. E bloccarla, anche solo per incapacità tecnica o superficialità amministrativa, equivale a calpestare un diritto fondamentale.

