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Salute e Benessere

Taormina, il “Bambino Gesù” entra nell’élite mondiale

Ginevra Arena
Last updated: Ottobre 6, 2025 9:59 am
Ginevra Arena
Published Ottobre 6, 2025
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A Washington, nel cuore del congresso mondiale ELSO, il Centro Cardiologico Pediatrico del Mediterraneo “Bambino Gesù” di Taormina ha ricevuto un riconoscimento che pesa come un sigillo: il Gold Level ELSO Award for Excellence. Non è una targhetta da bacheca, ma la conferma — arrivata dopo un processo di valutazione internazionale severo — che in riva allo Ionio opera un programma ECMO capace di garantire standard clinici, organizzativi e formativi di assoluta eccellenza. Il premio, valido dal 1° gennaio 2026 al 31 dicembre 2028, consacra il CCPM come primo centro in Italia a ottenere il “gold level” e quinto in Europa, un dato che vale più di mille slogan perché traduce in fatti l’ambizione di un’area del Paese spesso costretta a rincorrere.

La sigla ELSO, Extracorporeal Life Support Organization, è la rete globale che tiene insieme i programmi di supporto extracorporeo e promuove linee guida, formazione, audit e un registro internazionale dei casi. La “gold badge” non arriva per charisma, ma per protocolli scritti e applicati, outcome misurati, compliance ai requisiti di qualità, manutenzione di tecnologie complesse, esercitazioni periodiche, formazione avanzata e cultura della sicurezza. Vuol dire che un centro non solo sa “fare ECMO”, ma lo sa fare secondo un percorso strutturato, ripetibile, verificabile nel tempo. È quello che in sanità si chiama affidabilità di sistema: la differenza tra l’eroismo del singolo atto e la capacità di salvare vite ogni giorno, con processi che resistono alla fatica e agli imprevisti.

Al Gaylord Convention Center hanno ritirato il premio la dottoressa Rosanna Zanai, anestesista rianimatore e coordinatrice del programma ECMO del CCPM, la dottoressa Daniela Grasso, responsabile del Servizio di Perfusione del Medical Concept Lab attivo a Taormina, la cardiochirurga pediatra dottoressa Ines Andriani e la dottoressa Chiara Tornambè, tecnico di perfusione cardiocircolatoria. Sono nomi che raccontano una squadra multidisciplinare: medici, perfusionisti, cardiochirurghi, infermieri, tecnici e fisioterapisti che condividono linguaggi, procedure, responsabilità. L’ECMO è infatti un lavoro di orchestra, dove la macchina non sostituisce la persona, ma esalta la precisione dell’equipe; e dove un errore di comunicazione pesa quanto una complicanza clinica.

Vale la pena ricordare, senza tecnicismi eccessivi, cos’è l’ECMO. L’ossigenazione extracorporea a membrana è un sistema di circolazione e ossigenazione “fuori dal corpo” che, in condizioni estreme, supplisce temporaneamente alla funzione di cuore e/o polmoni. Il sangue del paziente viene drenato, fatto passare attraverso un ossigenatore a membrana che rimuove l’anidride carbonica e aggiunge ossigeno, quindi reimmesso in circolo con i parametri adeguati. Esistono configurazioni diverse: la veno-arteriosa, che sostiene cuore e polmoni, e la veno-venosa, dedicata all’insufficienza respiratoria grave. In ambito pediatrico e neonatale la complessità aumenta: cannule più piccole, margini di errore ridottissimi, bilanciamento finissimo dell’anticoagulazione, delicatezza delle superfici di contatto e una gestione che deve tenere insieme fisiologia e crescita. L’ECMO non “guarisce” da sola, ma dà tempo e ossigeno agli organi perché il trattamento causale faccia effetto, che si tratti di un’infezione fulminante, di un’ipertensione polmonare persistente del neonato, di una crisi post-operatoria dopo cardiochirurgia, di un arresto cardiaco refrattario in cui il supporto extracorporeo diventa ponte verso la ripresa o verso un’altra terapia.

Il Gold Level ELSO attesta che il programma di Taormina ha saputo fare proprio questo con una qualità misurabile. Significa avere messo in campo protocolli di selezione dei pazienti e criteri di esclusione chiari, check-list e procedure per l’avvio e la conduzione della circolazione extracorporea, linee guida sull’anticoagulazione e la gestione del sanguinamento, piani per la prevenzione delle infezioni correlate all’assistenza, strumenti di monitoraggio emodinamico e laboratoristico avanzati, formazione continua dell’equipe con simulazioni ad alta fedeltà, audit periodici sugli esiti e la disponibilità a confrontarsi con la comunità ELSO attraverso il registro internazionale. Significa, soprattutto, controllare e condividere i risultati: tempi di supporto, sopravvivenza, complicanze, qualità del follow-up. È il modo in cui si costruisce un sapere che resta, che consente di imparare dagli errori e di replicare i successi.

Per un centro pediatrico del Sud Italia, questo premio ha una valenza in più. La geografia della cura, nel nostro Paese, non è solo una cartina clinica: è una questione di equità. Avere a Taormina un polo che intercetta casi complessi, li gestisce con standard mondiali e li riconsegna ai territori riduce la necessità di viaggi della speranza, abbrevia i tempi di accesso, alleggerisce le famiglie dal fardello logistico ed economico, rafforza le competenze della rete locale. Il CCPM del “Bambino Gesù”, nato per portare a Sud l’esperienza di un grande ospedale pediatrico nazionale, dimostra che la deconcentrazione delle eccellenze non è uno slogan ma un progetto possibile, se sostenuto da investimenti, formazione e governance.

C’è poi l’aspetto umano, spesso eluso quando si parla di tecnologie sofisticate. Un programma ECMO “gold” non è solo pompe, ossigenatori e sensori; è relazione con i genitori di un neonato intubato, è supporto psicologico per adolescenti che vedono il proprio corpo “attaccato a una macchina”, è comunicazione trasparente e competente quando la strada si fa in salita, è lavoro in équipe che abbatte gerarchie sterili e promuove responsabilità diffuse. La multidisciplinarietà non è una formula, è la stanza in cui cardiochirurgo, anestesista, intensivista, perfusionista, infermiere e fisioterapista decidono insieme, alla luce di dati ma anche del vissuto del paziente. Il premio, in questo senso, riconosce un approccio culturale oltre che tecnico.

Chi ha familiarità con l’ECMO sa quanto conti la preparazione invisibile. La differenza la fanno i minuti spesi in simulazione su scenari improbabili che poi diventano reali quando una cannula si occlude, un paziente sanguina, un monitor segnala un allarme doppio e bisogna capire qual è la priorità. La fanno i magazzini con scorte tracciate e personale addestrato a predisporre un circuito in tempi rapidi. La fa la manutenzione preventiva. La fa la capacità di organizzare retrieval e trasporti in sicurezza quando l’ECMO va iniziata in un altro ospedale e il bambino deve arrivare a Taormina già in supporto extracorporeo. L’ELSO guarda anche questo, perché sa che la qualità clinica poggia su infrastrutture silenziose.

Nel racconto del premio c’è un messaggio che attraversa la sanità: i riconoscimenti contano quando diventano impegni. La “gold badge” vincola il centro a mantenere e, se possibile, migliorare i propri standard nei tre anni di validità; comporta audit, aggiornamenti, confronto con i pari. È la garanzia per le famiglie che dietro il logo c’è sostanza, e per gli operatori che il percorso intrapreso ha una direzione. L’orgoglio è legittimo, ma il linguaggio dei risultati chiede continuità: dal letto del paziente ai registri, dal turno di notte ai corsi di formazione, dalla sala operatoria agli incontri con i pediatri di base che intercettano precocemente i segnali di allarme.

L’impatto di un centro ECMO d’eccellenza si misura anche a cascata. La cultura della sicurezza e delle procedure filtra in tutte le aree, alza il livello della terapia intensiva, rafforza la cardiochirurgia pediatrica, migliora la gestione del dolore e della sedazione, aggiorna le competenze infermieristiche, irrobustisce la fisioterapia respiratoria e la riabilitazione precoce. È l’effetto “traina” delle grandi piattaforme cliniche: non servono solo il caso raro e spettacolare, ma definiscono standard che poi diventano patrimonio di reparto e, per osmosi, di territorio.

A Taormina questo effetto ha un valore simbolico. In una Sicilia spesso raccontata solo per emergenze e ritardi, la fotografia di un’equipe che riceve a Washington il più alto livello di riconoscimento ELSO ribalta la narrazione. Non cancella le criticità, ma disegna un orizzonte possibile: quello di una sanità meridionale che investe in alta complessità e la governa, che non teme di esporsi a valutazioni internazionali, che forma e trattiene competenze. È un invito anche alle istituzioni a consolidare questa traiettoria, perché l’eccellenza, da sola, non si sostiene: ha bisogno di risorse, stabilità, politiche che valorizzino i professionisti e diano continuità ai programmi.

Dietro ogni medaglia c’è una storia collettiva. Quella del CCPM “Bambino Gesù” di Taormina è fatta di turni lunghi e notti in reparto, di briefing mattutini e telefonate con i colleghi a centinaia di chilometri, di famiglie che imparano il linguaggio dei saturimetri e delle pompe, di bambini e ragazzi che tornano a respirare senza tubi e a camminare dopo settimane di sospensione. Il Gold Level ELSO Award serve a dire loro che la strada scelta è quella giusta, e a chi guarda da fuori che al Sud esistono luoghi in cui la complessità si affronta con rigore e risultati.

Non è un punto d’arrivo, ed è bene sottolinearlo. Un riconoscimento così ha senso se diventa promessa di futuro: più rete, più formazione, più ricerca, più scambio con altri centri italiani ed europei, più condivisione di dati e buone pratiche. Soprattutto, più accesso per chi ne ha bisogno, senza geografie che discriminano. Da oggi chi varca la soglia della terapia intensiva pediatrica di Taormina sa che quel “gold” non è un colore, ma un patto: fare il massimo, sempre, con metodo e con umanità. È tutto quello che si può chiedere a un centro che maneggia ogni giorno la cosa più preziosa che esista, la vita dei bambini.

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