C’è un paradosso che attraversa la Sicilia del 2025: la casa è ovunque, ma non per tutti. I numeri dell’Ance dicono l’ovvio con crudezza: l’indice di accessibilità — quel rapporto tra rata e reddito che oltre il 30% segnala criticità — è ormai un semaforo fisso sul rosso. Per le famiglie meno abbienti (sotto i 10.500 euro annui) comprare è proibitivo in quasi tutti i capoluoghi: a Catania, Palermo e Messina si deve mettere sul piatto circa il 45% del reddito per il mutuo; ad Enna, Ragusa, Siracusa e Agrigento si oscilla tra il 32,7% e il 39,1%. Solo Trapani (28,4%) e Caltanissetta (22,7%) scendono sotto la soglia critica. È un’eccezione che conferma la regola: l’abitazione, diritto costituzionale, è diventata un bene di lusso.
Si dirà: va meglio alla “fascia grigia” (10.500–17.000 euro)? Appena. L’indice resta vicino al limite nei tre grandi capoluoghi — sopra o attorno al 28% — e rientra altrove (dal 14,3% di Caltanissetta al 24,6% di Enna) senza però trasformarsi in serenità. Perché se comprare è arduo, affittare non è un ripiego innocuo: nelle città maggiori il canone per i meno abbienti supera il 40% del reddito (Palermo, Siracusa, Catania, Messina, Trapani), e persino dove l’indice è più basso — Agrigento 28,8%, Caltanissetta 27,5% — l’accesso resta “limitato”. Nella fascia grigia l’affitto allenta la morsa ma non la scioglie, con capoluoghi che si aggirano tra il 27% e il 29%.
È così che la mappa dell’abitare si frantuma. Chi non regge i capoluoghi migra verso le periferie delle aree metropolitane. Ma anche qui il mercato è “salito alle stelle”, travolto da rendite turistiche e rendimenti immediati. Le località di richiamo sono off-limits: Cefalù 72,6%, Taormina 79,8%, Lipari 62,4%; persino Acireale 43,5% è fuori portata. E non si salvano i centri residenziali: Bagheria 34,6%, Gravina di Catania 37,8%, Milazzo 41,3%. Solo qualche isola di relativa sostenibilità resta sotto il 30% (Villabate, Monreale, Misilmeri, Partinico; Adrano, Paternò, Giarre, Caltagirone; Patti e Barcellona Pozzo di Gotto). Macchie di sollievo in un arcipelago di penuria.
Cosa è successo? È successo che i prezzi corrono, i redditi no. Che l’economia dell’“ospite” ha spesso espulso il residente. Che la finanza immobiliare detta il ritmo e la politica, troppo spesso, rincorre. Abbiamo celebrato l’“attrattività” senza un’ecologia dell’abitare: zero piani organici per l’housing sociale, regole molli sugli affitti brevi, scarsa programmazione dei suoli pubblici, bonus a pioggia senza rotta, trasporti deboli che rendono le alternative realmente accessibili più lontane e, di fatto, più care.
Nel frattempo, le giovani coppie — il termometro vero della salute di un territorio — vengono schiacciate: niente risparmio, niente prospettiva, niente figli dove mancano case sicure e canoni decenti. L’emergenza abitativa non è una tragedia privata: è una politica pubblica che manca.
Servono scelte nette, non slogan. Un piano regionale casa con tre pilastri: 1) costruzione e rigenerazione di alloggi a canone calmierato su suolo pubblico, con vincoli reali di durata; 2) regolazione selettiva degli affitti brevi nei comuni turistici, per restituire stock alla residenza; 3) strumenti di sostegno mirato al mutuo per i redditi medio-bassi, legati a requisiti stringenti e all’effettiva residenza. Accanto, una politica dei trasporti che riduca il costo-tempo dell’abitare fuori dai capoluoghi e incentivi il recupero dell’esistente, non il consumo di suolo.
Smettiamola di chiamarla “emergenza”: è normalità organizzata. O la politica torna a governare il mercato, o la Sicilia diventerà una cartolina perfetta senza più abitanti reali. E una cartolina, per definizione, è piatta: bella da spedire, impossibile da vivere.

